da vivilimone.it e Ode ai frutti d'oro - lezione di Giancarlo Pontiggia
Liu Hsun, poeta vissuto tra il 462 e il 521 d.C. e riferita al mandarino:
Al mattino del primo gelo
il giardiniere lo stacca e ne fa dono:
il profumo si espande; appena schiusa,
la sua fragranza si riversa
sugli invitati.
Tu-fu (inizi VIII secolo):
In piena primavera sugli argini di un fiume
due vasti giardini piantati con migliaia
di alberi di arancio: il loro denso fogliame
induce vergogna alle nubi; ci muoviamo
sopra la ricchezza dei petali caduti,
senza sfiorare la neve.
Tin-tun-ling, poeta cinese vissuto fra l’VIII e il IX secolo d.C.:
Sola, nella sua stanza, una ragazza
ricama fiori di seta. Improvviso,
giunge il suono di un flauto,
lontano. Trema. Immagina
che un giovane le stia parlando d’amore.
Attraverso la finestra di carta, l’ombra
di una foglia di arancio ricade
sulle sue ginocchia. Socchiude gli occhi, pensa
che una mano le stia toccando
la veste.
Abd ar-Rahman, nato a Trapani, descrive gli aranceti di Sicilia:
Le arance dell’isola sono simili
a fiamme che razzano tra rami
di smeraldo; ma i limoni
riflettono il pallore di un amante
che ha trascorso la notte in lacrime
per il dolore della lontananza.
Virgilio - Georgiche (II, 126-128):
La Media dà i succhi acidi,
e il sapore, persistente, del cedro,
che soccorre, e scaccia dalle membra
i neri veleni, quando
crudeli matrigne avvelenano una bevanda.
Giacomo Lubrano, pubblica nel 1674 una raccolta – Scintille poetiche o poesie sacre e morali – in cui è contenuto un sonetto intitolato Cedri fantastici variamente figurati negli orti reggitani, cioè nei giardini di Reggio Calabria:
Rustiche frenesie, sogni fioriti,
deliri vegetabili odorosi,
capricci de’ giardin, Protei frondosi,
e di ameno furor cedri impazziti
Gérard de Nerval, Delfica (1845):
Conosci, Dafne, la romanza antica
all’ombra del sicomoro o sotto i lauri bianchi,
sotto l’ulivo, il mirto, o i salici tremanti,
la canzone d’amore che sempre ricomincia?…
Riconosci il Tempio dal peristilio immenso,
e i limoni amari che i tuoi denti mordevano,
e la grotta, fatale agli ospiti imprudenti,
dove del drago vinto dorme l’antico seme?…
Torneranno, gli Dei che tanto rimpiangi!
Il tempo riporterà l’ordine degli antichi giorni;
trasale la terra di un soffio profetico…
Ma dorme la Sibilla dal volto latino
sotto l’arco di Costantino, dorme
– e niente che disturbi il portico severo.
Pedro Salinas (1891-1951)
da (Presagios 1923) nella poesia Yo no te había visto
“Io non ti avevo visto / giallo limone nascosto / nell’agrumeto tra le scure foglie:
no, non ti avevo visto. Ma al bambino /un nuovo fuoco di desiderio germogliò negli occhi / e tese le due mani. Dove quelle / non giungevano giunse il suo grido. / Ora è notte e, come compiuto frutto /del giorno ti tengo tra le mani /
limpido limone nascosto, / limpido limone svelato”
Machado (dalla raccolta Campi di Castiglia, 1913):
Serbo ricordi dell’infanzia,
immagini di luci e di palmizi,
e in un fulgore d’oro,
di campanili, lungi, con cicogne,
di paesi con strade senza donne
sotto un indaco cielo, piazze vuote
dove crescono aranci luminosi
coi loro frutti rotondi e vermigli;
nell’ombra d’un giardino c’è il limone
dai rami polverosi,
gialli limoni pallidi,
che l’acqua chiara della fonte specchia,
aroma di garofani e di nardi
e un forte odore di menta e di basilico.
Eugenio Montale (1886-1981)
Da I limoni (Ossi di seppia, 1925)
“Ascoltami, i poeti laureati / si muovono soltanto fra le piante / dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti. / Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere / mezzo seccate agguantano i ragazzi /
qualche sparuta anguilla: / le viuzze che seguono i ciglioni, /
discendono tra i ciuffi delle canne / e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni… / Qui delle divertite passioni / per miracolo tace la guerra, /
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza /
ed è l’odore dei limoni… / Quando un giorno da un malchiuso portone /
tra gli alberi di una corte /
ci si mostrano i gialli dei limoni; / e il gelo dei cuore si sfa,/
e in petto ci scrosciano /le loro canzoni / le trombe d’oro della solarità”.
Salvatore Quasimodo - Ed è subito sera (1942):
E tu vento del sud forte di zàgare,
spingi la luna dove nudi dormono
fanciulli, forza il puledro sui campi
umidi d’orme di cavalli, apri
il mare, alza le nuvole dagli alberi:
già l’airone s’avanza verso l’acqua
e fiuta lento il fango tra le spine,
ride la gazza, nera sugli aranci.
Da quelle zagare / disfatte / dal lume della luna, /da quell’effluvio di un amore esasperato, / affondato in fragranza, /uscì dall’albero il giallo,/
dal loro planetario / scesero a terra i limoni. / Tenera mercanzia!/
Si gremirono rive, / mercati, / di luce, d’oro / silvestre, / e aprimmo /
le due metà / del miracolo, / acido congelato / che stillava / dagli emisferi /
di una stella, / e il liquore più profondo /della natura, / intrasferibile, vivo, /
irriducibile, / nacque dalla freschezza / del limone, /
dalla sua casa fragrante, / dalla sua agra, segreta simmetria./
Nel limone divisero / i coltelli / una piccola / cattedrale, /
l’abside nascosta / aprì alla luce le acide vetrate / e in gocce /
scivolarono i topazi, / gli altari, / la fresca architettura./
Così, quando la sua mano / strinse l’emisfero / del tagliato /
limone sul tuo piatto, / un universo d’oro / tu spargi, / un giallo calice /
di miracoli, / uno dei capezzoli dorosi / del petto della terra, /
raggio di luce convertito in frutto, / il minuscolo fuoco di un pianeta.
Pablo Neruda - Ode all'arancia
A somiglianza tua, / a tua immagine, / arancia, / si fece il mondo:
rotondo il sole, circondato / per spaccarsi di fuoco:
la notte costellò con zagare / la sua rotta e la sua nave.
Così fu e così fummo, / oh terra, scoprendoti, / pianeta arancione.
Siamo i raggi di una sola ruota / divisi / come lingotti d’oro
e raggiungiamo con treni e con fiumi / l’insolita unità dell’arancia.
Patria / mia, / gialla / chioma, / spada dell’autunno,
quando / alla tua luce / ritorno,
alla deserta / zona / del salnitro lunare,
alle difficoltà / strazianti / del metallo andino,
quando / penetro / il tuo contorno, le tue acque,
lodo / le tue donne,
guardo come i boschi / equilibrano / uccelli e foglie sacre,
il frumento si accumula nei granai
e le navi navigano / per oscuri estuari,
comprendo che sei, / pianeta, / un’arancia, / un frutto del fuoco.
Sulla tua pelle si riuniscono / i paesi / uniti / come settori di un solo frutto,
e Cile, al tuo fianco, / elettrico, / incendiato
sopra / il fogliame azzurro / del Pacifico / è un largo recinto di aranci.
Arancione sia / la luce / di ciascun / giorno, / e il cuore dell’uomo,
i suoi grappoli, / acido e dolce siano: / sorgente di freschezza
che abbia e che preservi / la misteriosa / semplicità / della terra
e la pura unità / di un’arancia.
Federico Garcia Lorca
“Arancia e Limone”:
Arancia e limone. / Oh la ragazza / del cattivo amore
Arancia e limone. / Oh la ragazza / la ragazza bianca!
Limone. / (Come splendeva il sole).
Arancia. / (Nei ciotoli dell’acqua).
altra poesia:
Sotto un arancio lava
fasce di cotone.
Ha gli occhi verdi
e la voce viola.
Ah, amore,
sotto l’arancio in fiore!
L’acqua del canale
scorre piena di sole;
nell’oliveto
un passero canta.
Ah, amore,
sotto l’arancio in fiore!
Quando Lola
avrà finito il sapone
verranno i toreri.
Ah, amore,
sotto l’arancio in fiore!
Camillo Sbarbaro, dalla raccolta intitolata Rimanenze (1955):
Io pagano al tuo nume sacrerei,
Liguria, se campassi della rete,
rosse triglie nell’alga boccheggianti;
o la spalliera di limoni al sole,
avessi l’orto; il testo di garofani,
non altro avessi:
i beni che tu doni ti offrirei.
L’ultimo remo, vecchio marinaio
t’appenderei.
Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?
Brillano tra le foglie cupe le arance d’oro,
Una brezza lieve dal cielo azzurro spira,
Il mirto è immobile, alto è l’alloro!
Lo conosci tu?
Laggiù! Laggiù!
O amato mio, con te vorrei andare!
Conosci tu la casa? Sulle colonne il tetto posa,
La grande sala splende, scintillano le stanze,
Alte mi guardano le marmoree effigi:
Che ti hanno fatto, o mia povera bambina?
La conosci tu?
Laggiù! Laggiù!
O mio protettore, con te vorrei andare.
Conosci tu il monte e l’impervio sentiero?
Il mulo nella nebbia cerca la sua strada,
Nelle grotte s’annida l’antica stirpe dei draghi,
La roccia precipita e sopra lei l’ondata:
Lo conosci?
Laggiù! Laggiù,
Porta la nostra strada, andiamo o padre mio!